Recensione “Ferryman. Amore eterno” di Claire McFall

Trama “Ferryman. Amore eterno” di Claire McFall

 

Dylan ha quindici anni e quando una mattina decide di andare a trovare il padre, che non vede da molto tempo, la sua vita subisce un drastico cambiamento: il treno su cui viaggia ha un terribile incidente. Dylan sembrerebbe essere l’unica sopravvissuta tra i passeggeri e, una volta uscita, si ritrova in aperta campagna, in mezzo alle colline scozzesi. Intorno non c’è anima viva, a parte un ragazzo seduto sull’erba. L’adolescente si chiama Tristan e, con il suo fare impassibile e risoluto, convince Dylan a seguirlo lungo un cammino difficile, tra strade impervie e misteriose figure che girano loro intorno, come fossero pronte ad attaccarli da un momento all’altro. È proprio dopo essersi messi in salvo da questi strani esseri che Tristan le rivela la verità… lui è un traghettatore di anime che accompagna i defunti fino alla loro destinazione attraverso la pericolosa terra perduta. A ogni anima spetta il suo paradiso, ma qual è quello di Dylan? L’iniziale ritrosia di Dylan e l’indifferenza di Tristan si trasformano a poco a poco in fiducia e in un’attrazione magnetica tra i due ragazzi che non sembrano più volersi dividere. Arrivati al termine del loro viaggio insieme, Dylan proverà a sovvertire le regole del suo destino e del mondo di Tristan, pur di non perderlo.

 

Recensione “Ferryman. Amore eterno” di Claire McFall

Tra i miti dell’antica Grecia, uno dei più famosi e dei più inquietanti è il mito di Caronte. Il traghettatore che, se il defunto aveva ricevuto gli onori funebri, si occupava di trasportare le anime da una riva all’altra del fiume Acheronte. Il resto delle anime era destinato a vagare per l’eternità nella nebbia del fiume.

Dire che questo mito mi affascina è dir poco. Scoprire che l’autrice Claire McFall aveva creato una rivisitazione di questo mito è stata per me una fantastica notizia.

Capirete quindi il mio entusiasmo e le mie aspettative altissime davanti al romanzo “Ferryman. Amore eterno”. Ho iniziato la lettura quindi forse con la voglia di ritrovarmi catapultata in un mondo tetro, oscuro, mistico.

Avevo però dimenticato che mi sarei trovata a fare i conti con la parte young adult del romanzo. Specifico che, nonostante io non abbia più l’età, solitamente amo i romanzi sui ragazzi e per ragazzi ma le mie pretese sono comunque alte, anzi forse anche di più rispetto ai romanzi dedicati agli adulti. Credo che se un libro si rivolge ad un pubblico di circa 12 – 13 anni, si debba tener conto che questo tipo di lettore è molto più influenzabile, molto più ricettivo, e in quanto tale lanciare dei messaggi superficiali o sbagliati è ancora più grave.

In “Ferryman” l’aspetto mitologico è veramente trascurato e trascurabile. Per quanto l’idea di fondo sia fenomenale e davvero originalissima, il modo in cui è stata sviluppata a me non è piaciuto. Ci si trova di fronte ad una protagonista quindicenne che si risveglia dopo un brutto incidente in treno. In un primo momento è facile pensare che lei sia l’unica sopravvissuta, l’incontro con Tristan e l’inizio del loro cammino chiarisce tutto. Dylan è morta o almeno il suo corpo lo è. La sua anima invece ha un lungo viaggio da percorrere.

E qui sarebbe stato bello scoprire lo stato d’animo della ragazzina, il senso di smarrimento, il vuoto, il panico, il dolore ed invece… Dylan non ha occhi che per Tristan. Il tutto si riduce ad un colpo di fulmine, alle farfalle nello stomaco, ai sorrisi e i baci rubati. Il che va benissimo, i lettori giovani hanno il diritto di sognare e i libri il dovere di regalare sogni; ma poteva esserci di più.

Diciamo che nel complesso il libro mi è anche piaciucchiato perché è comunque scritto bene, il ritmo è incalzante e si legge velocemente. Sono, più che delusa, arrabbiata perché davvero poteva essere un piccolo gioiellino.

Da tenere anche conto che è il primo di una trilogia quindi, incrocio le dita per i seguiti!

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