Recensione “Io sono libero” di Francesco Barbi

Trama “Io sono libero” di Francesco Barbi

Geronimo studia filosofia alla Normale di Pisa ma sogna di fare il disc-jockey. Libero studia matematica e cerca di sfogare la sua rabbia nel pugilato. Gigio frequenta ingegneria, ha una madre soffocante e problemi di identità sessuale. Tiziano, detto il Ghigna, è stato cacciato da casa quando ha smesso di frequentare la scuola superiore. Anima nera del gruppo, tira avanti spacciando coca, fumo e pasticche. Durante un sabato sera incappano in un posto di blocco della Polizia e fanno l’unica cosa che possono per far sparire le 15 pasticche che hanno con loro: le ingoiano tutte. L’euforia per lo scampato pericolo cede presto il passo alla preoccupazione per aver ingerito una dose eccessiva di ecstasy. Lo sballo arriva con violenza e i ragazzi non perdono solamente i freni inibitori ma anche la concreta percezione della realtà. Crimine e sangue irrompono nella vita dei protagonisti, che si trovano costretti ad affrontare un problema più grande di loro e a ripensare in modo profondo la loro condotta esistenziale. Tra equivoci, improbabili soluzioni e paranoie, i quattro ragazzi vivranno la notte più folle della loro vita, cercando di escogitare un modo per tirarsi fuori dai guai. Ma il loro piano avrà una sola controindicazione: se fallisce, rischiano di lasciarci la pelle.

 

Recensione “Io sono libero” di Francesco Barbi [a cura di Elisa Pinca]

“Chi lascia che a scegliere per lui il piano di vita sia il mondo in cui vive, non ha bisogno di nessuna facoltà oltre quella imitativa delle scimmie.”

Pasqua 1997, Pisa.
13 ore di peripezie noir.
13 ore di delirio.
13 ore di evasione, distruzione, disperazione, senso di potenza, bugie, escamotage e preghiere.
Quattro amici, Sara + uno.
Una discoteca, anzi due.
Un quasi morto, un incidente, un morto ed una pistola.

“Devo. Stare. Calmo.”

Poco più di vent’anni, la libertà che cozza con la responsabilità. Volersi divertire, ma dover crescere. La possibilità che non conosce limiti, ma è, poi, costretta a scontrarsi con essi.
Sentirsi padroni del mondo e ad un passo dalla fine, dal futuro peggiore possibile.
Come può tutto questo convivere in poco più di 300 pagine?

“Ci si droga perché si scappa” dice. “Si scappa da noi stessi” […] “Ma non si può scappare da noi stessi” […] “Siamo tutti prigionieri, chi più chi meno. Siamo prigionieri delle aspettative, dei sogni delle segate mentali che gli altri hanno messo su di noi. Siamo marchiati dalla nostra storia”.

Io sono libero” è un romanzo noir che porta alle estreme conseguenze la vita adolescenziale. Trasforma un’abituale notte di Pasqua in discoteca in un incubo che sembra non aver fine, che
peggiora ad ogni pagina.

Illustra il passaggio da “le cose si sistemeranno” proprio dell’infanzia, quando ancora la via di fuga non dipende solo da te, la responsabilità non è per forza tua, all’ “essere nella merda fino al collo” e non aver nessuno a cui chiedere aiuto in quanto, così facendo, peggioreresti la situazione.
Perché nessuno ti può salvare dalle quattro pasticche ingerite di troppo, dall’amico che ha esagerato più di te ed ha pure trovato una pistola. Dal pronto soccorso in cui ti sei svegliato dopo essere scappato di casa per poter fare serata. Non puoi chiamare, per tirarti fuori dai guai, chi sai di avere deluso, devi almeno tentare di salvare lo status quo, l’immagine che hanno di te, che di te vuoi dare al mondo.

“Io mi drogo per sentirmi libero. E invece è tuto il contrario. [] io in realtà mi sono drogato perché ho paura della libertà”.

Giunti all’estremo inferiore del climax, provare il tutto per tutto per salvare il tuo futuro è d’obbligo, ma a che prezzo?

Un romanzo che racconta come il tentativo di sentirsi liberi ed in pace con il mondo; di sentire musica ed estasi; di sentirsi leggerei e spensierati anche solo per una notte.

“la musica ti entra dentro, è la padrona”
“Questa non è musica, questa è magia”

“Ha voglia di lasciarsi andare, ha voglia di perdersi, dimenticare tutto e tutti.”

Quali conseguenze può avere questo bisogno di leggerezza, di fuga?
Se ci si affida a sostanze, se ci si annulla, se si delegano totalmente questi desideri, la storia narrata mostra chiaramente che si possono presentare conseguenze tragiche.

Una storia attuale, vera, troppo.
Pisa, ma ogni città, ogni paese, ogni contesto poteva essere un’ambientazione plausibile. Una descrizione puntale delle sensazioni che rendono davvero difficile dire di no, ma anche un realistico resoconto di quali possono essere le conseguenze.
Un romanzo di cui non ho particolarmente apprezzato lo stile narrativo: più frasi che testi, quasi a voler riprodurre le luci psichedeliche proprie dell’ambientazione.
Il risultato è frammentario, poco scorrevole, ma comprensibilissimo (dialoghi in dialetto a parte che, invece, non ho proprio compreso, anche se questo dettaglio non penalizza la comprensione del romanzo).
Ho apprezzato l’idea, il coraggio di trattare questo argomento dall’interno, da chi lo sceglie, lo vive. Ma ho trovato ostico il modo di scrivere.
Nonostante ciò non sarei mai riuscita a riporre il libro prima di terminarlo. Dovevo sapere come sarebbe terminata, che non tutto era perduto.

Consiglio il romanzo a chi vuole entrare nella mente dei giovani di oggi, per cercare di capire senza giudicare. Per aiutarli senza scaricare su di loro la speranza di un futuro migliore senza dare loro gli strumenti per farlo. Non lo consiglio a chi è in cerca di una lettura scorrevole o di un romanzo in cui immedesimarsi.

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