Recensione “Addicted” di Paolo Roversi

Dopo mesi di esperimenti e di tuffi fuori dalla mia comfort zone, ho deciso di rientrare in carreggiata. Quindi, rassegnatevi all’idea che nei prossimi mesi troverete una carrellata di segnalazioni e recensioni a tema thriller.

Oggi infatti voglio parlarvi di “Addicted”, thriller dell’autore italiano Paolo Roversi edito SEM.

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Rebecca Stark è una brillante psichiatra londinese che ha messo a punto un innovativo sistema per guarire la gente dalle proprie ossessioni. Il metodo Stark è così efficace che un magnate russo, Grigory Ivanov, decide di affidarle la conduzione della Sunrise, la prima di una serie di cliniche all’avanguardia, disseminate in tutto il pianeta, che aiuteranno le persone ad affrancarsi dalle loro peggiori addiction.
Viene così lanciata una campagna pubblicitaria a livello mondiale. Il primo centro apre in Italia, in Puglia, all’interno di un’antica masseria ristrutturata, circondata da campi e ulivi. Un posto perfetto per accogliere i pazienti che, come parte integrante della cura, dovranno lavorare, cucinare e dedicarsi alle pulizie. Vivranno, insomma, come una piccola comunità isolata.
Fra le centinaia di richieste che arrivano vengono selezionati sette candidati da diversi Paesi: Lena Weber, ossessionata dalla perfezione fisica; Jian Chow, web designer e hacker voyeur; Rosa Bernasconi, una ragazza tecno dipendente; Claudio Carrara, giocatore d’azzardo compulsivo; Julie Arnaud, manager ninfomane; Tim Parker, trader cocainomane; e, infine, Jessica De Groot, autolesionista.
All’inizio della terapia tutto sembra girare nel migliore dei modi ma, ben presto, alcuni pazienti scompaiono misteriosamente. Complice una pioggia torrenziale che tiene segregati gli ospiti, impedendogli la fuga e ogni contatto con l’esterno, comincia da quel momento un macabro gioco al massacro.
Roversi architetta un thriller teso e avvincente che indaga nei meandri più reconditi della psiche umana e nei suoi lati oscuri e inconfessabili: le dipendenze.

Recensione “Addicted” di Paolo Roversi

Dipendenze. Chi di noi non ne ha una? Troppo cibo, troppo tempo sui social, troppo ordine, troppe serie tv. Queste sono le più banali delle ossessioni di cui la maggior parte della popolazione è vittima. Ma quando una dipendenza diventa così dominante da stravolgere la quotidianità, da rovinare la carriera, da distruggere i rapporti con parenti e amici o addirittura da mettere in pericolo la vita propria o di chi si ha accanto, in questo caso diventa un problema. In questo caso bisogna intervenire e farsi aiutare.

È su questo che si basa il thriller di Paolo Roversi: sulle addicted, dipendenze.

Rebecca Stark, una delle protagoniste, è una psichiatra che ha dedicato la sua vita ad aiutare e guarire le persone affette da dipendenze incontrollabili. Lei ha scoperto un metodo per guarire completamente la gente affetta da addicted. Non importa quale sia la dipendenza: cocaina, gioco d’azzardo, sesso o attacchi d’ira; con il metodo della dottoressa Stark si può guarire. Il magnate russo, Grigory Ivanov, ne è pienamente convinto perché ha avuto modo di sperimentarlo sulla sua pelle. Ne è così convinto da decidere di investire in un progetto dispendioso e importante: aprire delle cliniche in tutto il mondo per guarire la gente affetta da ossessioni di vario tipo.

La prima clinica è la “Sunrise” ed ha sede nel cuore del Salento. La mia terra. Motivo che, insieme alla trama basata sui disturbi e sulle cure psichiatriche, mi ha spinto a leggere questo thriller.

Il problema è che “Addicted”, a parte per l’idea di fondo, non mi ha convinta affatto.

Ho trovato la storia in sé molto originale e interessante, qualcosa di innovativo in un genere letterario in cui cadere nel banale è davvero facile. Il problema è però che il modo in cui è stata sviluppata la storia è stato molto deludente. In un libro basato sull’aspetto psicologico dei protagonisti, mi aspettavo un’introspezione psicologica minuziosa e dettagliata. Tutto rimane invece molto vago, ogni personaggio viene raccontato in modo superficiale e frettoloso.

Il libro conta infatti appena 189 pagine che non sono affatto sufficienti per permettere al lettore di entrare in sintonia con i personaggi che popolano le pagine.

Sono davvero dispiaciuta perché la storia è esattamente ciò che io voglio trovare in un thriller: originale, deviata e con un piacevole colpo di scena alla fine. Il problema è che stata  anche frettolosa e prevedibile.

Con ciò non voglio dire che è un libro da scartare a priori perché, ripeto, la storia merita. Tenetelo magari in considerazione se volete qualcosa di veloce che non vi porti via più di due pomeriggi. Magari può essere una buona lettura da portare sotto l’ombrellone ma con la consapevolezza che non è e non diventerà il miglior thriller dell’anno!

 

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